004000- CLAUDIO DA FIRENZE

004000- CLAUDIO DA FIRENZE

Claudio Domenici  è nato a Firenze nel 1943. Figlio d'arte. (il padre Carlo fu uno dei più illustri continuatori della pittura macchiaiola fra il 1940 ed il 1980) ha assunto lo pseudonimo di Claudio da firenze appunto per distinguersi dal  celebre genitore, che fu anche il suo primo maestro.

Dopo aver frequentato l'Istituto d'Arte di Firenze e la Scuola d'Arte Grafica, lavorò come cartellonista pubblicitario e disegnatore grafico.
Ma la sua vera passione era la pitture e ben  presto si cimentò in diversi concorsi e mostre, riscuotendo sempre enorme successo. Dal 1968 ad oggi sono oltre 40 le "personali" tenute in Italia e all'estero.
I suoi personaggi preferiti sono le scene di vita contadina e di mare, dai caldi toni cromatici.


Queste, pur mantenendosi nell'impronta macchiaiola toscana, rivelano una forte personalità ed istinto, e denotano un'elevata capacità espressiva del pittore che gli permette di cimentarsi magnificamente anche con soggetti paesaggistici, come appunto quelli legati alla bellezza della regione del lago di Lugano.

Tutte queste qualità fanno certamente di Claudio da Firenze uno dei più importanti artisti della pittura figurativa contemporanea, non solo italiana, ma addirittura europea e mondiale.

                                      Roberto Cavalli

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LE MONOGRAFIE

 


 

Il dono di una possibile nostalgia nella pittura di Claudio Domenici

Prof Francesco Tetro, storico dell'arte,
direttore del Museo del Paesaggio
di Maenza (Latina)

 

Le città storiche invecchiano dentro le proprie mura e, come tante piccole capitali, si esaltano nel manifestare l'antica bellezza, espressa da quei tesori che, via via, devono convivere con il "nuovo" di tutti i tempi, anche se spesso gli accostamenti possono essere non indolori.
Se da una parte quindi tale esibito orgoglio che ci viene offerto sottende la difficoltà a comprendere come questo "nuovo" si approcci al suo intorno - pur aiutata da quell'aura di valore che l'antico manifesta - dall'altra la stratificazione storica, compresa quella contemporanea più repentina, il dialogo che stili diversi, inconsapevolmente, sono riusciti a formalizzare con i fruitori, abitanti o turisti che siano, è specchio dei tempi, di vitalità, di rinnovamento, pur percepito a volte come invadenza, come negazione di una possibile nostalgia.
Per Lugano, il cui sky-line è dovuto ad una costruzione percepita non così lontana nel tempo, il dialogo "morbido" che una trasformazione lenta avrebbe potuto garantire, è stato in qualche modo interrotto da abbattimenti, da trasformazioni d'uso, da mutamento di profili familiari, da stridori, non sufficientemente metabolizzati che, soprattutto per le nuove generazioni, ne hanno impedito la comprensione nel suo farsi.

Ecco allora il progetto di Roberto Cavalli e il felicissimo so­ dalizio con Claudio Domenici, l'artista che rivisita la presenza di un passato in parte svanito, glissando sul giudizio di come questo sia giunto fino a noi con le sue ferite.Sicuramente la negatività di tale impatto sarà dovuta al fatto che la trasformazione si è dipanata troppo in fretta, in presenza dei suoi cittadini, non permettendo l'adattamento anche emotivo al nuovo sky-fine urbano, così come questo - e il caso di Lugano è emblematico - si imponeva, in un improvviso e nuovo dialogo con l'ambiente geo-storico-naturale.
E' da questa considerazione allora che la sequenza degli scorci della Lugano che fu, proposti da Claudio Domenici, si pone come una puntuale documentazione soprattutto emotiva e, per certi aspetti, visionaria.
E' anche per questo che l'artista sceglie la strada di proporre una Lugano "vissuta", cercando dentro di sé e di noi quelle che potrebbero essere le aspettative di quel non troppo lontano vissuto.
Tale approccio al passato però non assume i connotati di un'algida riproposizi one o di un viaggi o antiquari o - per il quale peraltro sarebbero sufficienti stampe e cartoline d'epoca - ma si precisa come una mediazione tra l'iconografia assodata della città e l'adesione sentimentale al suo genius foci, stretto com'è tra acqua, cielo, fondali montuosi menumentali, tutto specchiato nel grande protagonista della "veduta": il lago.
E l'artista procede donandoci un'altra sua constatazione: la fortuna che la natura, forte e dominante di tale genius foci, in qualche modo riesca a velare, ad attenuare quanto l'uomo, a volte anche dissennatamente, sia riuscito a cancellare del proprio operato, e che la luce e i colori, suggeriti questa volta da una radiosa tavolozza, permettano perfino l'accettazione del cambiamento.
E' la riflessione sul dialogo tra un passato necessariamente statico, seppur spesso "animato" dalla presenza dell'uomo e delle sue attività, e un cambiamento ineludibile, che ci fa dire come questo non poteva che essere dipinto, mediato e favorito proprio dal colore e dalla luce, sapientemente evocati non a caso da un artista come Claudio Domenici, pittore che nasce e si forma dove la luce-colore ha caratterizzato per secoli la stagione di migliaia di artisti, di interpreti di altri felicissimi e creativi genius foci.

Mettendo però da parte le problematiche legate allo stile, a come nel contemporaneo si ponga la pittura di paesaggi o, è evi dente come l'artista faccia un passo indietro, quasi ideologicamente, tentando (e riuscendovi) di rappresentare lo stupore - non quindi la mera rappresentazione di un reale perduto - che avrebbe potuto manifestare un protagonista di un imprecisato Grand Tour, appena sfiorata la propria inquietudine o attitudine a partecipare delle romantiche vedute luganesi di un Villeneuve, di un Chapuy-Cuvillier o di un Rudisuhli, etc.
E' da lì che Claudio Domenici, anzi, che "Claudio da Firenze", come decise di farsi chiamare per distinguersi dal padre Carlo, uno dei più illustri esponenti della Scuola Labronica del Novecento, parte, animato com'è dalla volontà di instillare nei luganesi vecchi e nuovi e nei protagonisti di un suggerito nuovo viaggio mentale, una sorta di sindrome di Sthendal che, in questo caso, possa essere sollecitata dalla "sua" luce e dal "suo" colore, protagonisti di un passato da poco perduto, ma non ancora dimenticato.

L'artista è fiducioso di ci ò e la luce e il colore ci sono ancora a segnalare l' "abbandono" parziale, ma anche a mantenerne la più autentica nostalgia.
Per il suo suggerimento viene palesata anche la sua innata generosità di poeta viaggiatore che si trasforma sì in una poetica denuncia ma anche in un invito: l'artista infatti vuole prendere per mano chi osserverà i suoi quadri, tende a strapparlo da un giudizio impietoso sul presente, preferendo distrarlo grazie ad una rivisitazione che si può fare doverosamente assieme a lui.
Ecco che allora Lugano in breve tempo si rianima, i mercati sono affollati, una luce dorata e carezzevole scivola sulle facciate e sui tetti delle case, nuvole vivacissime si fannostrada sui cieli, sulle banchine sono attraccati vapori e tradizionali imbarcazioni.
Le Piazze del Grano, della Riforma, Bandoria, Giardino, Commercio, Maraini e S.Antonio cedono l'austerità dei palazzi che vi si affacciano ai coloratissimi banchi del mercato, le stesse scritte del vaporetto "Ticino" o dell'Ufficio "Emigrazione" ci dicono che la gente è ancora lì, fra traghetti, primi treni, funicolare.

Su tutto questo mondo scomparso quasi da poco, incombe il San Salvatore, il monte-monumento, che il pittore sceglie spesso, riconoscendone il valore, dove tutto concorre quasi protettivamente, come il perno di una composizione, riconosciutone il ruolo costruttivo della stessa immagine della città.

L'artista viaggiatore sceglie di affidare alla vasta gamma della sua tavolozza il compito delle felici contaminazi oni quotidiane e stagionali; è così che il paesaggio sarà mesto, ridente, immobile o vibrante, via via, che ne viene svelata l'anima mutante.

E non a caso, dopo la breve esperienza del colore steso a spatola, Domenici ritorna a rivisitare il tema della macchia: questa potrà essere netta o svaporata, bilanciandosi l'arti sta tra un'adesione neo metafisica (lui sa che quel paesagio non c'è più e forti sono in lui le allusioni novecentiste) e un desi derio di svelarne gli umori, di sollecitarne il ricordo, avvicinandosi a quegli stilemi chiaristi che proprio nel nord hanno offerto splendide prove.

Claudio Domenici si rivela così, preso tra due fuochi, mai dimentico però di quella cifra tutta toscana della vitalissima ricerca degli effetti di una luminosità diffusa e tersa, connotandosi come un coerente professionista della pittura, attento ai messaggi contemporanei della comunicazione, come la pubblicità inverata nella rappresentazione del vero, del paesaggi o, ed anche in questo progetto a cui ha entusiasticamente aderito, offrendo una rivisitazione-provocazione che non esclude un messaggio morale.

 

 

 

 

GLI ULTIMI LAVORI DI CLAUDIO DA FIRENZE
Studio sulla migrazione Svizzera (Canton Ticino) 90 opere -120x90- in corso di realizzazione per il Governo Svizzero.
DA AIROLO VERSO IL PASSO DEL SAN GOTTARDO
ARRIVO NEL PORTO DI NEW YORK
PARTENZA DAL TICINO
SBARCO A BUENOS AIRES

 


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